La Psicoterapia in tempi di Coronavirus – Filastrocca ex post

“DOTTORESSA, COME STA?”
– La psicoterapia via Skype ai tempi del Coronavirus –

C’è nell’aria una minaccia,
detta Covid diciannove
(sembra un po’ una parolaccia),
che imperversa in ogni dove.

Non si sa quando è arrivato
(pare prima di febbraio),
chi per primo l’ha portato;
più di certo di un migliaio

di persone ha contagiato.
È partito dalla Cina
ed ovunque se n’è andato:
tutti con la mascherina

per proteggersi da questo
germe a forma di corona
che è potente e un po’ funesto,
non di certo cosa buona.

Può causare polmoniti,
forti febbri e fa tossire,
un po’ di congiuntiviti
e fatica a respirare.

E’ assai forte la paura
che ci possa capitare:
anche con la bardatura
non possiamo controllare

questo virus che è fetente
e che corre indisturbato
per le strade tra la gente,
lo sappiamo: va fermato.

Si diffonde proprio a iosa,
non abbiamo dei rimedi:
solo stare chiusi a casa,
sarà meglio che ti fidi!

E’ un periodo invero strano
per la psicoterapia:
siamo dentro un uragano,
fifa, rabbia e nostalgia

imperversano su tutti
(terapeuti non esenti!)
e son tanti, troppi, i lutti
senza essere presenti.

È straziante e invero atroce
non poterci salutare,
è la cosa più feroce
che dobbiamo ora affrontare.

Oggi non possiamo fare
quel che a tutti noi verrebbe
come cosa naturale:
così il virus crescerebbe

d’ora in ora più alla svelta.
Niente cure nè vaccini
quindi non abbiamo scelta,
non possiam stare vicini

e, subendo questi agguati,
noi proviamo gesti strani
nuovi e mai sperimentati:
star vicini da lontani.

Ma vi voglio ora parlare
della psicoterapia:
vi potrete immaginare
che stranezza, mamma mia!

Stando tutti in quarantena,
non potendo uscire fuori,
(sol la spesa a malapena
anche per i nostri cari),

tutte quante le sedute
non son fatte di persona.
Per protegger la salute
lavoriamo dalla tana,

non dal luogo che talvolta
rassicura, é franco e sano,
è una vera propria svolta:
noi curiamo da lontano!

E così dobbiamo fare
(i più giovani e anche gli over),
ci dobbiamo reinventare:
lavoriamo dal computer.

E ovviamente, manco a dirlo,
non lo abbiamo preparato,
non abbiam potuto farlo
come avremmo inver voluto.

Brusco, rapido e improvviso
è arrivato il cambiamento,
non c’è stato preavviso,
tre due uno: isolamento!

Di domenica il decreto,
lunedì dietro lo schermo.
Non vediamoci, c’è un veto:
o via Skype o tutto fermo!

Questo inver ci fa impazzire:
noi siam sempre coi pazienti
molto attenti a preparare
variazioni e cambiamenti

mentre invece, questa volta,
cambio setting d’improvviso,
ogni regola stravolta
senza neanche un preavviso.

E così, tutto d’un tratto,
le sedute sono online:
Sigmund sbianca esterrefatto,
cosí Bion e anche la Klein!

Ci sono cento e più ragioni
per cui siamo un po’ straniti:
tante nuove sensazioni,
siam davvero un po’ stremati.

Prima cosa manca il corpo
nostro e dei nostri pazienti
e lo spazio é assai diverso,
dobbiam esserne coscienti:

non c’è più il luogo sicuro,
perlomeno in questa fase,
forza, un rullo di tamburo:
entriam nelle loro case!

Siamo dentro il loro mondo:
un ingresso nel privato
che è davvero, andiam pensando,
non richiesto e un po’ forzato.

Lo dobbiam tenere a mente
e non darlo per scontato:
non è ovvio, certamente,
e va sempre menzionato.

C’è da dire un’altra cosa:
dentro e fuori gli ospedali
già l’angoscia è ovunque esplosa,
siamo tutti proprio uguali.

La paura dei pazienti
è una condizione umana
cui non siamo certo esenti,
come neanche dalla pena

che oggi spesso respiriamo:
siamo quanto gli altri esposti
ed invero ci angosciamo
per gli eventi così infausti.

Certo, adesso più che mai,
siam chiamati a far tesoro
(altrimenti saran guai)
di chi è stato il nostro faro

e del tempo che è trascorso
nella nostra terapia:
grande aiuto, quel percorso
(che fatica, tuttavia!).

Per chi è un po’ più fortunato
io tra essi, e così sia,
non è ancora terminato:
terapeuta in terapia.

Queste sì che son risorse,
soprattutto proprio adesso
che son tutte un po’ scomparse
le riunioni ch’eran spesso

nelle nostre settimane:
scambi, èquipe, supervisioni
per dividere le grane
ed aver condivisioni.

E così ci destreggiamo
tra i pazienti e le difese
(che non sempre ben capiamo
se anche noi le abbiamo accese),

le derive paranoidi,
complottisti oppure ancora
i deliri (e non da oppioidi),
la paura che divora,

chi scompensa o chi si dice,
senza averne assai coscienza,
con un tono anche felice
che è soltanto un’influenza.

L’ossessivo irrigidisce
le sue forti protezioni:
ogni istante si pulisce,
teme contaminazioni.

Lo psicotico sta bene,
non é poi sí preoccupato:
ha ben altre e grosse pene
che lo tengono impegnato.

Ma trascorso il primo mese
devo dir per tutti quanti
vengon meno le difese:
con la mascherina e i guanti

siamo un poco più realisti,
possiam dire piú depressi
(i pazienti e gli analisti),
fuor da tutti i vari eccessi.

La domanda assai speciale
che mi fan di qua e di là
è sincera e non formale:
“Dottoressa, come sta?”

Non ci sono più i confini,
questo virus non li sente
(alla faccia di Salvini!):
in Oriente e in Occidente

va qua e là lasciando tutti
un po’ attoniti e impauriti;
ricchi o meno, belli o brutti
siamo tutti un po’ atterriti.

Io ringrazio che si possa
mantener le connessioni:
anche se così ci spossa,
è vitale per gli umani.

Forse un po’ ci sta insegnando
che non siamo onnipotenti
e lo stiamo ora capendo
anche noi, con i pazienti.

E magari poi potremo
imparare a stare “dentro”
e, chissà, non tremeremo
quando cambia il baricentro,

quando ci troviamo a stare
dentro casa e dentro noi
perchè non possiam scappare
ma ascoltarci, vuoi o non vuoi.

A me piace un po’ pensare:
nella collettività
si potrà forse creare
un po’ di maturità

e, chissà, magari avremo
un po’ meno di paura
nel conoscerci e sapremo
che è una gran bella avventura.

Una cosa so per certo,
bella o brutta non so dire:
dopo aver tanto sofferto
non potremo mai pensare

di tornare come prima.
Forse non è solo un male,
non soltanto per il clima
ma anche per tutto il sociale.

Nella vita e in terapia
se saprem volerci bene
scapperemo meno via
dando un senso a queste pene.

Sí, lo so che è un po’ banale,
ma tant’é, l’ultima rima
non sarà così geniale:
non saremo come prima.

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